“Ero solito pensare che il cervello fosse l’organo più affascinante del mio corpo. Poi realizzai chi me lo stava dicendo” (E. Philips)

 

In un certo senso, quando pensiamo, siamo come pesci che nuotano in un fiume senza accorgersi dell’acqua: nuotiamo in un fiume di pensieri, ma raramente ci accorgiamo del fiume in sé. Il linguaggio regola eccessivamente il nostro comportamento, quando pensiamo restiamo intrappolati nel pensiero, dandogli il controllo, piuttosto che limitarci a osservarlo e dandoci la possibilità di fare scelte sane. La regolazione verbale è spesso utile, ma mettere in relazione un evento con un altro attraverso collegamenti verbali, può portarci in direzioni sbagliate.

 

Questo processo prende il nome di fusione cognitiva:

la fusione cognitiva è un processo mentale attraverso il quale rimaniamo invischiati nei nostri pensieri, valutazioni, giudizi e ricordi, comportandoci secondo queste interpretazioni soggettive. In altre parole, le esperienze soggettive sostituendo quasi completamente la realtà, determinando le nostre decisioni e facendoci mettere in pratica comportamenti disadattivi.

La fusione cognitiva è il risultato della nostra tendenza a identificarci eccessivamente con i nostri pensieri, amplificandoli fino a farli diventare una verità assoluta. Ci affezioniamo o ci fondiamo con questi pensieri, al punto da credere che siano l’unica interpretazione possibile della realtà e li diamo per scontati, senza metterli in discussione.

 

Come riconoscere la fusione cognitiva?

Possiamo individuare alcune conversazioni “mentaleggianti” che indicano fusione e evitamento (K.G. Wilson, 2008): quando uno di questi pattern si verifica in modo ripetitivo, inflessibile, vecchio o stereotipato, probabilmente è in atto una fusione molto forte:

  • comparazione e valutazione: situazione, cose o persone vengono guidate e valutate o ritenute migliori o peggiori di altre situazioni, cose o persone;
  • complessità o tenersi impegnati: le analisi sono rapide e frenetiche, spiegazioni complesse sembrano necessarie e devono essere scovati problemi. A volte ciò assume la forma di una confusione che deve essere chiarita;
  • una qualità antagonistica: potrebbe essere un conflitto tra aspetti che vengono continuamente portati alla luce senza soluzione di continuità;
  • un forte orientamento al futuro o al passato: è presente una ruminazione o un rimuginio a alta voce, viene usata la parola ‘dovrei’ o ‘non dovrei’ riferendosi a conseguenze future che solo in apparenza sono problemi da risolvere;
  • un forte orientamento al problem solving: ci si avvita su un presunto problema da risolvere che invece persiste nel tempo senza una soluzione possibile lasciando la persona nell’immobilità;
  • generalizzazione vs specificità: il ragionamento si svolge in termini di valutazioni, idee, concetti e categorie generali,, sono presenti eccessive generalizzazioni, un pensiero bianco o nero, termini come ‘sempre’ o ‘mai, il pensiero è molto rigido.

 

La defusione cognitiva

La defusione cognitiva può aiutarci a bilanciare gli eccessi del comportamento verbale, scegliendo se reagire o no ai pensieri e liberandoli per perseguire altre direzioni possibili. Quando il pensiero ha un impatto minore sul comportamento, è meno automatico, il comportamento può essere determinato maggiormente dal contesto, dall’esperienza e dai valori scelti.

Parte della sofferenza che proviamo è data dal modo in cui ci relazioniamo ai pensieri, e non al fatto che questi pensieri siano sbagliati, il punto è quando trascorriamo troppo tempo dentro a questi pensieri e ci fondiamo con essi, perdendo la capacità di stare semplicemente a osservarli.

Generalmente rispondiamo ai nostri pensieri e sentimenti come se causassero direttamente il nostro comportamento. Potremmo pensare, per esempio, che durante una festa possiamo restare in disparte per paura di essere a disagio, dunque la paura di provare disagio ci fa stare in un angolo, ma se qualcuno gridasse ‘al fuoco!’ scapperemmo insieme a tutti gli altri, e il senso di disagio non ci tratterrebbe più in un angolo,  la ACT concettualizza sempre pensieri e sentimenti all’interno di un contesto che cambia, e solo certi pensieri e sentimenti sono legati a certi comportamenti.

La defusione cognitiva allora si propone di cambiare non la forma e la frequenza dei pensieri e delle emozioni, ma il contesto che mette in relazione pensieri e sentimenti come comportamenti manifesti indesiderabili, creando quindi una maggiore flessibilità di risposta.

 

Un esercizio di defusione: 

una tecnica di defusione proposta da Hayes (Hayes et al 2012) prevede di ripetere una parola, per esempio Latte, velocemente dai 30 ai 60 secondi, dopo questa pratica, di solito, quello che succede è che la parola temporaneamente perde un po’ o in gran parte il suo significato mentre altre funzioni della parola tendono a emergere in modo più dominante, come il suo suono o come ci si sente a muovere la bocca quando si pronuncia la parola. Inoltre, la visualizzazione elicitata dalla parola si indebolisce o sparisce.

In questo esercizio di defusione, come in altri, la parola o la frase è sempre presente ma viene creato un contesto non letterale che diminuisce le normali funzioni simboliche e aumenta le sue funzioni più dirette.

E’ in questo modo, con queste pratiche, che possiamo iniziare a riconoscere i pensieri come semplici pensieri e sentirci meno fusi con tutte le loro implicazioni e le loro funzioni letterali hanno meno probabilità di dominare il comportamento, permettendo l’ampliamento di altre fonti di controllo sull’azione che possono essere più utili e efficaci. 

 

Un esercizio di defusione con i pensieri negativi: 

i pensieri negativi possono essere osservati come eventi di una pubblicità non interessante e non provocatoria, imparando così a osservarli dall’esterno dando loro una forma, una dimensione, una velocità o una sagoma. Oppure si può ringraziare la mente per un pensiero così interessante, etichettare il processo del pensare dicendosi: “sto avendo il pensiero che…” il risultato di questa tecnica è spesso un indebolimento del pensiero e della credibilità degli eventi che lo attivano.

 

Con la pratica della defusione è possibile iniziare a riconoscere che i pensieri sono parole, storie, discorsi che si presentano nella nostra mente ma che non necessariamente sono veri, possono esserlo ma non dobbiamo credergli automaticamente. Possiamo concedergli tempo e attenzione solo se sono utili, ma nessun pensiero, per quanto doloroso, rappresenta una minaccia reale (Harris, 2010). Per questo alcune tecniche volte a promuovere la defusione si fondano sull’utilizzo di strategie verbali che consentono alla persona una descrizione della propria esperienza per ciò che è: invece di pensare “io non posso farlo” e rendere questo pensiero una verità assoluta, si può trasformare questa affermazione in “ho il pensiero di non poterlo fare”.

La defusione è quindi, nell’ Acceptance and Commitment Therapy, la risposta alla fusione cognitiva. Si tratta di un processo nel quale le persone arrivano a sperimentare i pensieri semplicemente come pensieri, eventi passeggeri che non bisogna necessariamente controllare (Dahal, Stewart, Martell, Kaplan, 2013).

 

Anche la nostra mente, spesso, mente, e a volte è utile allenarsi a guardare le cose dalla giusta distanza, “giocare” con i pensieri ingombranti trattandoli per quello che sono: parole.

Perché non c’è niente né di buono né di cattivo che non sia il pensiero a renderlo tale

(W. Shakespeare, Amleto, atto II, scena II). 

 

Riferimenti bibliografici:

Il manuale del terapeuta ACT, di J.B. Luoma, S. C. Hayes, R. D. Walser, ed. Fioriti, 2019

 

Se pensi di voler iniziare un percorso psicologico per affrontare una situazione per te critica o complessa e ritrovare un maggiore benessere personale
chiamami per un primo colloquio conoscitivo al 338-8317876