Aveva un nome buffo scelto un po’ per caso. Pippa era il modo in cui la chiamava il fratellino che non sapeva pronunciare il suo nome per intero (che è Giuseppina, Giuseppina Pasqualino di Marineo), e lei poi ci aveva accostato Bacca, perché in Toscana la bacca si dice anche coccola, e questo accostamento, forse, aveva suscitato in lei un moto di tenerezza.
La storia della morte di Pippa Bacca fu riportata dai telegiornali in modo veloce e distratto, concedendosi però di indugiare sugli elementi apparentemente eccentrici della notizia, creando così un’informazione superficiale e un’immagine in bilico tra l’orrore di una ragazza strangolata da uno sconosciuto che le aveva offerto un passaggio in auto, nei pressi di Istanbul, e l‘esuberanza eccentrica di una ragazza che viaggiava per l’Europa in autostop vestita da sposa.
Questi elementi, messi insieme in fretta e furia nei primi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Pippa Bacca in un boschetto di Gebze, periferia di Istanbul, nell’aprile del 2008, sono quello che forse in tanti riescono a recuperare tra i loro ricordi più strambi e forse più netti: a distanza di tanti anni sono ancora molte le persone interessate a conoscere Pippa Bacca e magari pronte a innamorarsi di lei.
‘Sono innamorato/a di Pippa Bacca, chiedimi perché’ è il titolo di un libro sulla sua storia (di di Giulia Morello, la quale ha dedicato alla storia di Pippa anche uno spettacolo teatrale) e di un documentario recente (di Simone Manetti) che ripercorre la sua vita, più che la sua morte. Questo titolo era stato inventato da lei stessa, anni prima: era stata lasciata da un fidanzato con la frase ‘non sono innamorato di te’, Pippa ne era rimasta ferita e aveva scelto di affrontare questa ferita realizzando centinaia di spille con scritto ‘sono innamorato/a di Pippa Bacca, chiedimi perché’, spille che aveva distribuito a persone conosciute più o meno bene, in modo che il suo ormai ex fidanzato, incontrandole, avrebbe potuto ascoltare dalle loro parole i tanti e diversi motivi per i quali si dicevano innamorati di Pippa, e magari avrebbe scoperto anche lui un motivo nuovo per amarla e tornare da lei. Anche questa era Pippa Bacca. Una donna che attraversava il dolore con leggerezza e profondità, e una certa dose di ironia.
In questi anni sono tante le persone che si sono innamorate di Pippa Bacca e hanno raccontato perché, attraverso canzoni, poesie, video, in Italia e all’estero. Solo in Italia, per esempio, Alda Merini ha scritto due poesie in suo ricordo, Mauro Covacich ha pubblicato ‘La sposa’, Tiziana Sensi ha realizzato un’opera teatrale dal titolo ‘Tu non mi farai del male’, i Radiodervish hanno composto una canzone struggente che è ‘il velo di sposa’. Ci sono state installazioni a lei dedicate. E ogni anno, in agosto, sul Lago di Garda, viene fatta una gara di nuoto in sua memoria, perché era una cosa che Pippa amava fare, come tantissime piccole altre cose di ogni giorno che Pippa sapeva osservare e cogliere nei dettagli.
Pippa Bacca era partita l’8 marzo del 2008 da Milano, insieme all’artista Silvia Moro, entrambe con un vestito bianco da sposa e scarpe con i tacchi, un vestito bianco che stava a indicare purezza e fiducia. Un viaggio-performance studiato nei minimi dettagli. Avrebbero attraversato in autostop 11 Paesi dell’est Europa che erano o erano stati da poco luogo di guerra e distruzione, fino a Gerusalemme, “per dimostrare, e spero di dimostrarlo, che dando fiducia si riceve solo bene”, dice Pippa poco prima di partire.
Nel suo viaggio, durato fino a quel 31 marzo, Pippa ha incontrato ostetriche e ha lavato loro i piedi, un rito che si è ripetuto in ogni città, segno di rispetto e riconoscenza verso quelle donne che mentre fuori si portava avanti una guerra, se ne stavano dentro a far nascere bambini, una delle domande che Pippa porta in viaggio con sé è “Può uccidere davvero una persona che ha visto nascere un bambino?”, una domanda che Pippa poneva a ognuna di loro, tra tante altre, senza alcuna retorica.
L’autostop è stata una scelta consapevole e famigliare per Pippa, cresciuta da sua mamma Elena (sorella dell’artista Piero Manzoni) insieme alle sue quattro sorelle, anche attraverso viaggi in giro per l’Italia e in Europa a bordo di un furgoncino e in autostop, per tutte loro un modo normale e abituale di viaggiare, lo ripetono ogni volta: per noi quella che può sembrare una stranezza era la normalità della nostra vita, e dopo che lo hanno detto si nota in loro un sorriso accennato che esprime la semplicità di in qualcosa che per loro è ovvio, non condannano il nostro stupore, se solo magari riuscissimo a non trasformarlo in giudizio. Nella famiglia di Pippa viaggiare in autostop è parte dell’ educazione, come di solito si impara a andare in bicicletta, è un modo di attraversare e conoscere un luogo da vicino, dando e ricevendo fiducia, è un modo di avvicinarsi all’altro per conoscerlo davvero senza esitazione.
Dopo la morte di Pippa, tutta la sua famiglia è stata unita nel cacciare indietro ogni accusa alla Turchia o alla cultura orientale che sarebbe inaffidabile o violenta, sarebbe potuto capitarle la stessa cosa ovunque, ci dicono queste cinque donne, e non solo, in Turchia la solidarietà espressa per Pippa e per il suo lavoro artistico è stata ed è enorme.
In Italia, la notizia della morte di Pippa, di ‘una ragazza che girava i Paesi devastati dalla guerra in autostop con un vestito da sposa’, è stata accolta inizialmente con un misto di stupore e rabbia, molta di questa rabbia è stata riversata sul suo blog nei giorni successivi alla sua morte, da sconosciuti che si sentivano di criticare e condannare una scelta giudicata folle, eccentrica, ingenua, o anche nettamente stupida e sbagliata: rileggendo quei commenti sguaiati ritrovo la paura di persone che intravedono in questa morte violenta, la fragilità propria e degli altri, persone che di fronte al pericolo urlano di paura e corrono a rinchiudersi o attaccare, senza darsi il tempo di conoscere il proprio coraggio, che solo un atto autentico di conoscenza e di fiducia potrebbe generare.
Siamo tutti persone fragili e vulnerabili, Pippa lo sapeva e non ne aveva paura, anzi, da questa fragilità umana condivisa traeva un senso di pietà universale che le permetteva di credere negli altri.
Scrive in proposito Mario De Santis: “Icaro, fu il suo azzardo fatale a regalare al mondo un sogno di volo e oggi il mondo vola con estrema facilità. Per gli artisti è la stessa cosa, aprono strade nel mondo, anche se lungo una di queste dovessero, fatalmente, cadere.