Pensieri, domande e approfondimenti che nascono dal lavoro clinico e dalla ricerca. Nessuna semplificazione o banalizzazione dei temi psicologici e di salute mentale. Solo il tentativo di stare nella complessità con parole che sappiano essere chiare, oneste, abitabili. Parole con cura.

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Cosa rende possibile il cambiamento in psicoterapia

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Nel panorama della psicoterapia contemporanea esistono molti approcci diversi: modelli teorici differenti, linguaggi specifici, tecniche che a volte sembrano lontanissime tra loro.
Chi si avvicina alla terapia, ma anche chi la pratica, può facilmente chiedersi: qual è quella giusta? Quale funziona davvero?


Eppure, da decenni la ricerca ci restituisce un dato interessante: approcci diversi, se ben condotti, tendono a produrre risultati simili.
Questo non significa che “una terapia valga l’altra”, né che le tecniche siano irrilevanti. Significa però che, sotto la superficie delle differenze teoriche, esistono processi condivisi, veri e propri agenti di cambiamento che attraversano molte forme di psicoterapia.

Questo dato è noto come effetto Dodo, dal celebre verdetto del Dodo in Alice nel Paese delle Meraviglie: «tutti hanno vinto e tutti meritano un premio».
In psicoterapia, l’espressione viene usata per indicare il fatto che approcci diversi mostrano efficacia comparabile, soprattutto se messi a confronto in modo rigoroso.

L’effetto Dodo non dice che tutto è uguale, ma ci invita a spostare lo sguardo: da “quale metodo” a “quali processi”.

Nel tempo, diversi autori hanno provato a individuare quali siano questi elementi trasversali. Alcuni riguardano la relazione, altri processi psicologici che vengono attivati – in modi diversi – da approcci differenti.

Molte forme di psicoterapia permettono – e in alcuni momenti favoriscono – la possibilità di portare alla luce emozioni, vissuti e impulsi rimasti a lungo non detti.
Il semplice fatto di poterli nominare, condividere, sentire in presenza di un altro che regge, può produrre un sollievo reale.

La ricerca ci dice che la catarsi da sola non basta a produrre cambiamenti profondi e duraturi. Ma non è irrilevante.
Spesso rappresenta una prima crepa nel silenzio interno, una riduzione della tensione che rende possibile un lavoro successivo più articolato.

In altre parole: non cura tutto, ma apre spazio.

Che si parli esplicitamente di esposizione (come nei modelli cognitivo-comportamentali) o che la si realizzi in modo più implicito, tutte le terapie efficaci aiutano, prima o poi, ad avvicinarsi a ciò che è stato evitato.

Esporsi, in un contesto protetto, alle emozioni, ai ricordi, alle situazioni che generano sofferenza permette una progressiva riduzione del distress. Ma non solo: favorisce un cambiamento nel modo in cui la persona si percepisce.

Chi smette di evitare:

  • sperimenta maggiore senso di efficacia
  • sviluppa fiducia nelle proprie risorse
  • recupera un senso di agency spesso perduto

La sofferenza non sparisce, ma diventa affrontabile. La possibilità di nominare il dolore, accettare che c’è, che è ingombrante, difficile da portare, aiuta a fargli spazio. Spesso uso un esempio semplice e concreto: prendo un grosso vecchio libro dalla libreria (un manuale di neuroscienze su cui ho studiato e sudato per qualche mese, molti anni fa) ha un aspetto austero, copertina nera rigida, pagine spesse, formato grande. Chiedo alla persona di tenerlo in mano con le braccia protese in avanti, per un po’, fino a quando le braccia iniziano a fare un po’ male, la persona vuole spostarlo per guardarmi mentre parliamo, oppure vorrebbe usare una mano per prendere un fazzoletto, ma non può. Quello è il dolore quando non lo si nomina e quindi non si permette che abbia spazio, ci diciamo. Allora, iniziamo a pensare che la cosa più sensata da fare sia appoggiarlo sulle gambe, dargli un posto dove stare. Il dolore è sempre lì, non lo abbiamo nascosto sotto al tappeto o cacciato dalla porta, è ancora lì con noi che ora possiamo nominarlo, sfogliarlo, pensarlo, con le braccia più leggere, le mani libere per agire nel mondo, con la visuale libera per guardarci intorno e tra noi, siamo pronti per iniziare a prendercene cura.

In terapia, le persone tendono a riproporre modalità relazionali già conosciute: aspettative, paure, strategie di protezione apprese altrove.
Spesso, senza rendersene conto, si aspettano dal terapeuta ciò che hanno già ricevuto.

È qui che accade qualcosa di cruciale.
Quando il terapeuta risponde in modo diverso – più sintonizzato, affidabile, regolato – lo schema relazionale viene disconfermato.

Queste esperienze, definite emozionali correttive, non cancellano il passato, ma lo rimettono in discussione.
Nel tempo, la relazione terapeutica viene interiorizzata come una nuova possibilità: un modo diverso di stare con l’altro e con sé.

Tutte le psicoterapie, in forme diverse, offrono un contesto in cui fare esperienza delle emozioni senza esserne travolti.
Non si tratta di eliminarle, ma di riconoscerle, modularle, comprenderne i segnali.

Attraverso la relazione e il dialogo, la persona sperimenta:

  • che un’emozione intensa può essere tollerata
  • che non tutte le emozioni richiedono un’azione immediata
  • che è possibile scegliere come rispondere

La regolazione emotiva non è un’abilità innata e immutabile: si costruisce nell’esperienza, spesso per la prima volta, proprio in terapia.

Mentalizzare significa comprendere se stessi e gli altri in termini di stati mentali: pensieri, emozioni, desideri, intenzioni.
È una funzione fondamentale per orientarsi nelle relazioni e nella complessità della vita.

Quando la mentalizzazione è fragile, le emozioni diventano travolgenti, il comportamento altrui appare minaccioso o incomprensibile, i conflitti si irrigidiscono.

Tutti gli approcci terapeutici efficaci, in modi diversi, sostengono lo sviluppo di questa capacità:

  • aiutano a distinguere tra fatti e interpretazioni
  • ampliano i punti di vista possibili
  • riducono le letture rigide e autocritiche

Con il tempo, la persona costruisce una visione di sé e degli altri più articolata, meno schiacciata dall’urgenza emotiva.

Un altro fattore comune è la possibilità di rimettere mano alla propria storia.
In terapia, la narrazione di sé non è un semplice racconto cronologico, ma un processo di riorganizzazione del significato.

Attraverso il dialogo:

  • il passato viene riletto con nuove chiavi
  • eventi frammentati trovano connessione
  • il presente smette di essere prigioniero di un’unica spiegazione

Costruire una nuova narrativa non significa inventare, ma attribuire senso, rendere la propria esperienza più coerente e abitabile.

Parlare di fattori comuni non vuol dire negare l’importanza dei modelli teorici o delle competenze specifiche. Vuol dire riconoscere che il cambiamento psicologico è un processo complesso, che non si lascia ridurre a una tecnica applicata correttamente.

In questo senso, più che chiederci quale terapia funziona, potremmo chiederci:

  • quali processi questa terapia è in grado di attivare
  • in che modo sostiene la relazione, la regolazione, il senso
  • quanto è flessibile nel rispondere alla persona concreta che ha davanti

È spesso lì, in quello spazio condiviso e vivo, che il cambiamento prende forma.

Parlare di fattori comuni e di agenti di cambiamento, però, rischia di restare astratto se non si considera il contesto in cui questi processi prendono forma. Nella maggior parte dei percorsi terapeutici, questo contesto è la relazione terapeutica stessa: uno spazio reale, incarnato, fatto di presenza, limiti, risposte emotive e continuità. È lì che la regolazione emotiva diventa esperienza, che la mentalizzazione si costruisce nel dialogo, che una nuova narrazione del sé può emergere senza essere imposta.

Ho approfondito questi aspetti in modo più esteso nell’articolo dedicato alla relazione terapeutica come spazio di cura, dove esploro cosa rende una relazione sufficientemente sicura, tale da permettere il cambiamento.


Riferimenti bibliografici:

  • Wampold, B. E., Imel Z. E., Il grande dibattito in psicoterapia, Ed. Sovera, 2017
  • Horgan, J. La mente inviolata, Ed. Cortina, 2001
  • Garfield, S. L. (1995). Psychotherapy: An eclectic–integrative approach. Wiley.
  • Grencavage, L. M., & Norcross, J. C. (1990). Where are the commonalities among the therapeutic common factors? Professional Psychology: Research and Practice, 21
  • Jørgensen, C. R. (2004). Active Ingredients in Individual Psychotherapy. Psychoanalytic Psychology, 21(4).

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