Un’esperienza traumatica appartiene al passato per definizione. Eppure, una delle caratteristiche del trauma psicologico è proprio la difficoltà, in alcuni momenti, a sentirla davvero come passata.
Un rumore, un odore, un tono di voce, una porta che sbatte. Oppure qualcosa di meno riconoscibile: una distanza improvvisa in una relazione, una situazione in cui ci si sente senza via d’uscita, la sensazione di perdere il controllo. Il presente contiene qualcosa che assomiglia all’esperienza precedente e la risposta può essere molto più intensa di quanto la situazione attuale sembrerebbe richiedere. È uno degli aspetti più difficili da comprendere del trauma: possiamo sapere di essere al sicuro e, nello stesso momento, reagire come se il pericolo fosse ancora presente.
Una risposta che ha avuto una funzione
Di fronte a una minaccia l’organismo dispone di sistemi molto antichi di difesa. L’attenzione si orienta rapidamente verso ciò che potrebbe essere pericoloso, l’attivazione fisiologica aumenta e vengono preparate risposte che favoriscono la sopravvivenza. A seconda delle circostanze possono prevalere attacco, fuga, immobilizzazione o altre forme di risposta difensiva.
Queste reazioni, di per sé, non sono patologiche. Sono parte del nostro repertorio adattivo.
Dopo alcune esperienze traumatiche, però, il sistema che dovrebbe riconoscere il pericolo può diventare particolarmente sensibile. Stimoli che ricordano qualche elemento dell’esperienza precedente possono assumere il valore di segnali di minaccia anche quando il contesto è diverso.
Per questo parlare semplicemente di una persona che «reagisce troppo» dice poco di ciò che sta accadendo. Quella risposta può essere stata, in un altro momento della sua storia, una buona soluzione.
Una strategia costruita per sopravvivere a una situazione passata può continuare a essere utilizzata nel presente, dove forse non serve più e comincia anzi a restringere la vita.
Ricordare senza sapere di ricordare
Quando pensiamo alla memoria immaginiamo spesso un processo volontario: ricordiamo un episodio, sappiamo quando è accaduto e possiamo raccontarlo.
La memoria legata a esperienze traumatiche può funzionare anche diversamente. Alcuni elementi dell’esperienza possono essere riattivati da stimoli interni o esterni: immagini, sensazioni corporee, emozioni, rumori, odori, situazioni interpersonali. È ciò che comunemente viene indicato con la parola trigger.
Questo aiuta a capire perché una reazione possa apparire sproporzionata rispetto a ciò che sta succedendo. La risposta riguarda il presente, ma porta con sé qualcosa che è stato appreso altrove.
Nei disturbi post-traumatici possono comparire ricordi intrusivi, incubi, evitamento, ipervigilanza, irritabilità, alterazioni dell’umore e delle convinzioni su di sé e sugli altri. Possono esserci anche fenomeni dissociativi: momenti nei quali cambia la percezione di sé, del corpo o dell’ambiente, fino alla sensazione di essere distanti da ciò che sta accadendo. Le linee guida cliniche includono la dissociazione tra le possibili manifestazioni del PTSD, insieme a ri-esperienza, evitamento e iperattivazione.
Avere vissuto un trauma, tuttavia, non significa necessariamente sviluppare un PTSD. Dopo eventi potenzialmente traumatici sono frequenti reazioni di stress che nel tempo possono ridursi spontaneamente. Proprio per questo le linee guida distinguono l’esposizione a un evento traumatico dalla presenza di un disturbo e sconsigliano di trasformare automaticamente ogni esperienza traumatica in una condizione da trattare.
Quando la protezione diventa una prigione
Le risposte di sopravvivenza possono trasferirsi dal pericolo alle relazioni e alla vita quotidiana.
Chi ha imparato che affidarsi agli altri può essere rischioso può diventare estremamente attento ai segnali di rifiuto. Chi ha sperimentato violenza può percepire rapidamente una situazione ambigua come minacciosa. Qualcuno evita il conflitto a qualunque costo; qualcun altro reagisce immediatamente. C’è chi controlla continuamente l’ambiente e chi, appena l’attivazione diventa troppo intensa, si ritira emotivamente.
In origine queste strategie possono avere protetto qualcosa. Con il tempo possono diventare rigide.
Invece di chiedere soltanto «perché reagisci così?», diventa utile chiedersi che cosa ha imparato questa persona a fare quando si sente in pericolo e quanto quella soluzione le serve ancora oggi.
Questo evita anche una lettura semplicistica secondo cui ogni comportamento difficile sarebbe necessariamente conseguenza di un trauma. Le stesse reazioni possono avere origini molto diverse e acquistano significato soltanto dentro la storia e il funzionamento complessivo della persona.
Non tutto ciò che protegge deve essere eliminato
In terapia il lavoro, allora, non consiste nel convincere qualcuno che il pericolo «non esiste». A volte il pericolo esiste davvero. La capacità di riconoscerlo e reagire è necessaria. Il punto è recuperare una maggiore discriminazione tra ciò che appartiene alla situazione presente e ciò che viene riattivato dall’esperienza precedente.
Significa anche ampliare progressivamente la possibilità di restare in contatto con emozioni e sensazioni senza esserne travolti e senza doverle immediatamente evitare. La cosiddetta finestra di tolleranza viene spesso utilizzata clinicamente per descrivere proprio questa possibilità di mantenere un livello di attivazione sufficientemente regolato da poter pensare, sentire e rimanere presenti. È una metafora clinica utile; sarebbe invece eccessivo considerarla una struttura neurobiologica precisamente delimitata.
Lo stesso vale per alcune immagini diventate molto popolari nella divulgazione sul trauma: il «cervello rettiliano», il cervello destro emotivo contrapposto a quello sinistro razionale, oppure l’idea di un’amigdala che da sola decide se siamo al sicuro. Il cervello organizza le risposte alla minaccia attraverso sistemi distribuiti e interconnessi. Le metafore possono aiutare a comprendere un’esperienza; diventano fuorvianti quando vengono scambiate per anatomia.
Portare una persona a raccontare dettagliatamente ciò che è accaduto non costituisce, di per sé, una terapia del trauma. Subito dopo un evento traumatico, interventi universali che spingono tutti a ricostruire dettagliatamente l’esperienza, come alcune forme di psychological debriefing, non sono raccomandati come pratica routinaria.
Quando invece è presente un PTSD o una sintomatologia post-traumatica clinicamente significativa, esistono trattamenti specifici con solide evidenze. Le linee guida internazionali indicano soprattutto psicoterapie focalizzate sul trauma, tra cui Cognitive Processing Therapy, Cognitive Therapy for PTSD, Prolonged Exposure ed EMDR, con alcune differenze nelle raccomandazioni tra le diverse linee guida.
Il lavoro sulle memorie traumatiche ha quindi un posto importante. Avviene però all’interno di un trattamento strutturato: comprendere le proprie reazioni, imparare a gestire attivazione e flashback, affrontare progressivamente l’evitamento, elaborare emozioni come paura, vergogna, colpa, rabbia o perdita e rivedere i significati che l’esperienza ha lasciato su di sé, sugli altri e sul mondo. Le linee guida NICE includono esplicitamente questi elementi negli interventi trauma-focused.
L’obiettivo è permettere che il ricordo possa essere ricordato sempre più come qualcosa che è accaduto, invece di continuare a essere incontrato come qualcosa che sta accadendo. Trasformare una risposta che un giorno è stata necessaria in qualcosa che oggi non serve più, e non affidarle, quindi, il compito di decidere come vivere nel presente.
Riferimenti bibliografici
Brewin, C. R., Dalgleish, T., & Joseph, S. (1996). A dual representation theory of posttraumatic stress disorder. Psychological Review, 103(4), 670–686.
Ehlers, A., & Clark, D. M. (2000). A cognitive model of posttraumatic stress disorder. Behaviour Research and Therapy, 38(4), 319–345.
Herman, J. L. (2022). Trauma and Recovery: The Aftermath of Violence—From Domestic Abuse to Political Terror. Basic Books. [Edizione originaria 1992].
National Institute for Health and Care Excellence (NICE). (2018, aggiornamenti successivi). Post-traumatic stress disorder (NG116).
International Society for Traumatic Stress Studies (ISTSS). Posttraumatic Stress Disorder Prevention and Treatment Guidelines.
Ogden, P., Minton, K., & Pain, C. (2006). Trauma and the Body: A Sensorimotor Approach to Psychotherapy. W. W. Norton.
Van der Hart, O., Nijenhuis, E. R. S., & Steele, K. (2006). The Haunted Self: Structural Dissociation and the Treatment of Chronic Traumatization. W. W. Norton.



