Pensieri, domande e approfondimenti che nascono dal lavoro clinico e dalla ricerca. Nessuna semplificazione o banalizzazione dei temi psicologici e di salute mentale. Solo il tentativo di stare nella complessità con parole che sappiano essere chiare, oneste, abitabili. Parole con cura.

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I bisogni che ci abitano. Comprendere quello che ci è mancato per prendercene cura nel presente

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L’infanzia non è soltanto il tempo da cui proveniamo: è il terreno sul quale continuiamo a muoverci anche quando siamo ormai adulti. Come scrive Lya Luft: “L’infanzia è il suolo sul quale andremo a camminare per tutta la vita.” Le esperienze precoci non determinano in modo definitivo chi diventeremo, ma contribuiscono a costruire le lenti attraverso cui impariamo a leggere noi stessi, gli altri e il mondo.

Nella pratica clinica accade spesso che una persona arrivi in terapia portando una difficoltà attuale (una relazione che fa soffrire, una paura persistente, un senso di inadeguatezza che sembra non abbandonarla mai) e che, nel corso del lavoro, emerga come quella sofferenza abbia radici molto più antiche. Non perché tutto dipenda dall’infanzia, ma perché è lì che abbiamo appreso alcune delle regole fondamentali con cui interpretiamo l’esperienza.

Molto più che nutrimento: il bisogno di essere accolti

Alla nascita siamo completamente dipendenti dagli altri. Questa dipendenza riguarda certamente il corpo, il bisogno di essere nutriti, protetti e accuditi, ma riguarda anche qualcosa di meno visibile e altrettanto essenziale: la necessità di trovare nell’altro una mente capace di accogliere e regolare i nostri stati emotivi.

Il bambino non nasce sapendo gestire la paura, la rabbia, la tristezza o la frustrazione. Impara progressivamente a farlo attraverso la relazione con chi si prende cura di lui. Ogni volta che viene consolato quando piange, rassicurato quando si spaventa o aiutato a dare un nome a ciò che prova, costruisce qualcosa che va ben oltre il semplice conforto del momento. Sta apprendendo se il mondo è un luogo sufficientemente sicuro e se le sue emozioni meritano attenzione.

Le ricerche sull’attaccamento di John Bowlby e Mary Ainsworth hanno mostrato come le prime relazioni contribuiscano alla formazione di quelli che Bowlby chiamava modelli operativi interni: rappresentazioni profonde e spesso inconsapevoli che riguardano noi stessi e gli altri. Attraverso queste esperienze impariamo se possiamo contare su qualcuno nei momenti di bisogno, se siamo degni di amore, se le relazioni sono luoghi di sicurezza oppure di incertezza.

Ciò di cui abbiamo bisogno per crescere

A partire da queste intuizioni, Jeffrey Young ha descritto alcuni bisogni emotivi fondamentali che attraversano l’intera esistenza umana. Non si tratta di desideri secondari o di aspirazioni personali, ma di condizioni psicologiche che favoriscono uno sviluppo equilibrato della personalità.

Abbiamo bisogno di attaccamento e sicurezza, di autonomia e fiducia nelle nostre capacità, della possibilità di esprimere emozioni e bisogni senza vergogna, di limiti che offrano contenimento e orientamento, ma anche di spontaneità, gioco e leggerezza. Ognuno di questi elementi contribuisce alla costruzione di un senso stabile di sé e alla capacità di entrare in relazione con gli altri.

Questi bisogni non scompaiono con il passare degli anni. Continuano a manifestarsi nell’età adulta, sebbene in forme diverse. Il bisogno di attaccamento diventa desiderio di relazioni affidabili; quello di autonomia si traduce nella capacità di fare scelte e sostenere la propria identità; il bisogno di esprimere emozioni riguarda la possibilità di mostrarsi autentici senza il timore costante del giudizio.

Quello che manca lascia tracce quanto ciò che accade

Quando si parla di sofferenza psicologica si tende spesso a pensare a eventi traumatici evidenti, a episodi che possono essere identificati con chiarezza. Eppure, molte delle difficoltà che incontriamo nella vita adulta non derivano necessariamente da ciò che è accaduto, ma da ciò che è mancato.

Può essere mancata una presenza emotiva sufficientemente sintonizzata. Possono essere mancate parole di incoraggiamento, rassicurazioni, spazi di ascolto. Può essere mancata la libertà di essere vulnerabili oppure la possibilità di sperimentare e sbagliare senza sentirsi giudicati.

In questo senso le cosiddette ferite emotive non coincidono sempre con esperienze straordinarie o drammatiche. Talvolta prendono forma attraverso piccole ripetizioni quotidiane, attraverso bisogni che non trovano risposta, emozioni che non vengono riconosciute, parti di sé che imparano progressivamente a nascondersi.

Le strategie che ci hanno aiutato a sopravvivere

Per un bambino la relazione con i caregiver è una necessità assoluta. Di fronte a un bisogno che non trova risposta, raramente la conclusione sarà che l’adulto non è in grado di offrirgli ciò di cui avrebbe bisogno. Molto più spesso sarà il bambino stesso a modificare il proprio comportamento, le proprie aspettative o persino la propria immagine di sé.

Può imparare a non chiedere troppo, a non mostrare certe emozioni, a essere perfetto, disponibile, invisibile o straordinariamente autonomo. Può convincersi che il modo migliore per mantenere il legame sia adattarsi a ciò che gli viene richiesto.

Queste strategie rappresentano tentativi intelligenti di adattamento. Nascono per proteggere la relazione e garantire la sopravvivenza emotiva. Molti dei comportamenti che da adulti percepiamo come problematici  (il perfezionismo, la paura dell’abbandono, l’iper-indipendenza, il bisogno costante di approvazione) sono stati, in origine, modi creativi e comprensibili di affrontare un contesto percepito come difficile.

Il bisogno dimenticato di leggerezza

Tra tutti i bisogni descritti dalla Schema Therapy, quello che riguarda il gioco e la spontaneità è forse il più sottovalutato. Nella cultura contemporanea tendiamo a valorizzare la produttività, il controllo, l’efficienza e la capacità di raggiungere obiettivi. Molto meno spazio viene riservato alla dimensione della leggerezza.

Eppure il gioco svolge una funzione centrale nello sviluppo. Attraverso il gioco il bambino sperimenta, immagina, crea, apprende a tollerare la frustrazione e costruisce relazioni. Il gioco rappresenta una forma di esplorazione del mondo e di espressione del sé.

Quando questa dimensione viene svalutata o sacrificata in favore della prestazione, il rischio è che l’individuo impari a misurare il proprio valore esclusivamente in base a ciò che produce. In età adulta ciò può tradursi nella difficoltà a riposare, nel senso di colpa che accompagna il tempo libero, nella sensazione di dover essere costantemente impegnati per meritare attenzione o approvazione.

Comprendere il passato senza restarne prigionieri

Riflettere sulla propria storia non significa cercare colpevoli né costruire una spiegazione definitiva per ogni sofferenza presente. Significa sviluppare uno sguardo più ampio e compassionevole sulla propria esperienza.

Comprendere quali bisogni abbiano trovato spazio e quali siano rimasti insoddisfatti può aiutarci a leggere con maggiore chiarezza alcune delle difficoltà che incontriamo oggi. Può permetterci di riconoscere le strategie che abbiamo sviluppato, il senso che hanno avuto e il prezzo che, talvolta, continuiamo a pagare per mantenerle.

Di cosa abbiamo bisogno oggi?

Forse la domanda più importante non riguarda soltanto ciò che è accaduto o ciò che è mancato. Riguarda il presente.

La questione centrale non è soltanto: che cosa non ho ricevuto? È anche: di cosa ho bisogno oggi?

La psicoterapia, le relazioni significative e il lavoro di consapevolezza personale possono offrirci la possibilità di costruire nuove esperienze emotive. Possiamo imparare gradualmente a riconoscere i nostri bisogni senza vergognarcene, a chiedere aiuto senza sentirci deboli, a concederci riposo senza sentirci in colpa, a esprimere emozioni senza temere di perdere il legame con gli altri.

L’infanzia continua ad accompagnarci, ma non è una condanna. È il luogo da cui partiamo. Comprenderla non serve a restare lì, bensì a camminare nel presente con maggiore libertà, consapevolezza e cura.

Riferimenti bibliografici:

Cambia schema! di A. Malentacchi, ed. Erickson, 2026

Daria Tinagli, Psicologa e Psicoterapeuta - fotografia della Studio n.2